Gruppo Teatrale Panta Rei

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La Famiglia Lelio

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QUATTRO SECOLI DI TEATRO


Giuseppe Rizzotto

Sin dalla seconda metà del Seicento in Italia, e lungo tutto il secolo dei lumi, operò a Parigi una famiglia di attori veneziani, i Riccoboni, che in comunanza con l'intellettualità francese, tentò una prima riforma del teatro d'arte. I Riccoboni portarono tra l'altro ad un grado di eccellenza il tipo Lelio, ossia la maschera Lelio, carattere dell'amante riamato, del corteggiatore corrisposto, del Don Giovanni senza Inferno. Prima Luigi, poi Antonio (Riccoboni-padre e Riccoboni-figlio, meglio: Lelio-padre e Lelio-figlio) diedero vita ad un personaggio talmente vivo e coinvolgente da spingere alla scrittura drammaturgica Marivaux. Le loro dispute teoriche (vale a dire le divergenza tra Lelio-padre e Lelio-figlio sull'arte della recitazione) suscitarono d'altra parte il famoso Paradosso sull'attore dell'enciclopedista Denis Diderot, ritenuto la radice delle teorie brechtiane sullo straniamento, oltre che un gioiello affascinante di lettura. Così il carattere Lelio, di recita in recita, acquistò una tale rilevanza da sovrapporsi e infine sostituirsi al nome stesso degli interpreti e della famiglia. Le generazioni successive dei Riccoboni e di tutte le innumerevoli ramificazioni, assumendolo a identità, lo conserveranno come nome di culto, ad indicare l'aristocrazia del teatro d'arte. Lo studioso Xavier de Courville, che cura la voce Riccoboni nell'enciclopedia dello spettacolo della Siae, individua in Antonio il capostipite della famiglia d'arte, che,1938 - Patto a quattro divenuto attore per caso, diresse la compagnia del Duca di Modena, e che per ben quarant'anni fece con grande maestria la maschera di Pantalone. Siamo nella seconda metà del Seicento e di Lelio ancora non si parla. Il primo e più grande Lelio dei Riccoboni (anche altri, come l'Andreini l'avevano interpretato e reso popolare) fu il figlio di Antonio, Luigi Andrea, nato a Modena nel 1676 e morto a Parigi nel 1753. Luigi approdò in Francia nel 1715, quando, morto Luigi XIV, fu di nuovo possibile il ritorno degli attori italiani a Parigi. La Troupe des italièns era di casa all'Hotel de Bourgogne. Luigi aveva compiuto l'apprendistato nella compagnia del padre, e fin da giovane si era dimostrato contrario ad una certa sciatteria della Commedia dell'Arte, oscillante tra la farsa grossolana e la tragicommedia spagnola. Già in Italia aveva dato prova di questa sua inclinazione artistica, rivolgendosi ai testi d'autore (Maffei, Molière, Ariosto). Una volta in Francia, elevò a livelli di alta dignità scenica il tipo Lelio, inducendo una miriade di autori francesi - poi caduti nell'oblio - a comporre testi appositamente confezionati per valorizzare questo tipo di maschera. Tra di essi figurava anche un genio assoluto, quale Pierre Carnet de Chamblain de Marivaux. Basti pensare che nelle varie surprises de l'amour il personaggio centrale è per l'appunto il nostro Lelio. Nel 1726 Luigi, cinquantenne e ormai stanco della vita di palcoscenico, sceglierà di dedicarsi in toto alla sua passione parallela, gli studi sul teatro. La sua produzione teorica, di amplissimo spettro e ricchezza di contenuti, ancor oggi rifulge di fascino agli occhi di ogni studioso di teatro. L'Histoire du thèatre italien (Paris, 1728) è infatti tuttora una fonte irrinunciabile per chi volesse approfondire un fenomeno tanto affascinante quanto complesso come quello della Commedia dell'Arte. Nell'Arte rappresentativa (London, 1728) si occupa in particolare della formazione dell'attore e fissa nella 'sincerità' il principio cardine della recitazione: l'attore deve dimenticare se stesso e il pubblico, e vivere il personaggio - sembra di leggere una prefigurazione del naturalismo francese di fine ottocento o certi dettami del Sistema di Stanislavskij. Nella Reformation du thèatre (Paris, 1743) delinea invece quella che poco più tardi sarà nota come la riforma goldoniana, ossia il rigore dei testi scritti contro la recitazione all'improvviso e la propensione di conseguenza per un teatro in versi senza maschere. Nel già citato anno dell'abbandono (1726) gli subentrò come capocomico il figlio Antoine Francois Valentin, che era nato a Mantova nel 1707 e che morirà a Parigi nel 1772. È questi Lelio-fils, che verrà ricordato soprattutto per il suo lavoro teorico. Nell'Art du thèatre riprenderà, fino a ridefinirli, i principi del padre sulla recitazione. D'accordo sulla sincerità, a patto che sia funzionale alla totale padronanza dei propri mezzi tecnici. Denis Diderot era un assiduo agli spettacoli degli italiens e nelle Oeuvres complètes molte sono le digressioni sulle discussioni in merito alla tecnica teatrale avute con Madame Riccoboni, Marie Jeanne de la Boras, moglie di Lelio-figlio. Il Paradoxe sur le comèdien (Paris, 1770) nasce proprio da questa frequentazione e dalle dispute tra Lelio-padre e Lelio-figlio. In che consiste il paradosso? “È l'estrema sensibilità che fa gli attori mediocri; è la sensibilità mediocre che fa l'infinita schiera di cattivi attori; è l'assoluta mancanza di sensibilità che prepara gli attori sublimi”. Il secolo dei lumi si chiuderà con ben altro tipo di attori e di teatro: verosimilmente dispersi dalle temperie della Rivoluzione francese, della troupe des italièns e dei Lelio per decenni non si avrà traccia. C'è un vuoto che si estende fin quasi alla prima metà dell'800, quando, intorno al 1840, un Giuseppe Lelio compare come maestro di Cappella alla Corte di Napoli. Da questo momento, per sette generazioni, la storia dei Lelio riacquista un suo profilo preciso. La Francia, l'Hotel de Bourgogne e le opere di Lelio-padre e Lelio-figlio sono memoria storica, orgoglio di famiglia, sentimenti incisi in un ideale stemma di discendenza. È il caso d'accennare al fascino che esercitavano gli “artisti” sui borghesi. Per secoli la Chiesa e lo Stato, in combutta tra loro, emisero bolle, bandi, editti e anatemi contro gli attori, considerati sorta di stregoni. Gli attori non potevano essere seppelliti in terra consacrata, non c'è chi non lo sappia. Il Taviani (Fascinazione e Teatro, Bulzoni, Roma 1970) riporta, fior da fiore, alcune di queste invettive. Quel che veniva considerato insopportabile dal potere del tempo era soprattutto la presenza in scena delle donne, intente a rappresentare i sentimenti umani, sino all'amore e alla lasciava. Il Cocchiera, nel suo studio sulle Vastasate (Palermo, 1926) ricordava come molti rampolli di buona famiglia si consumavano dietro le attrici dei casotti al Piano della Marina.

Tornando ai Lelio, i matrimoni e le conseguenti ramificazioni dilatano a dismisura le discendenze di quest1953 - Addio giovinezza - Comp. Righettoi ultimi centocinquant'anni. Per necessità di fatto abbiamo perciò seguito più direttamente la linea che porta a Rita. Il Giuseppe Lelio Musicista dei Borboni sposa una Franzoni primattrice e capocomica della omonima compagnia, che dal nord scese a Napoli per recitare alla Corte. Dalla loro unione nasce Domenico, detto anche il Franzonello. Con lui il teatro torna ad essere l'attività primaria dei Lelio. Domenico sposa un'attrice tedesca, Carlotta Richard. Con lei forma compagnia. Muore a Scicli, dov'è sepolto, nell'ultimo scorcio dell'800. Carlotta muore a Palazzo Adriano, in provincia di Palermo, durante una tournèe ed è sepolta in quel cimitero. Da Domenico Lelio e Carlotta Richard nascono molti figli, tra cui Francesco, che formerà una sua compagnia. Allora il repertorio era vastissimo. Una compagnia di giro sostava per mesi su una piazza ed era in grado di cambiare spettacolo ogni sera. I generi erano i più disparati: si passava dal dramma alla commedia, al vaudeville, alla parodia del melodramma, alla farsa. Francesco sposò Giovanna Rizzotto, figlia di Giuseppe Rizzotto (Palermo, 1828 1895) attore, scenografo e noto autore del dramma "I mafiosi di la Vicaria", opera teatrale che per la prima volta nella letteratura mondiale utilizza la parola “mafia”. L'unione di Francesco con Giovanna dà vita a quattro figli: Ulrico, Ida, Ugo e Giulio. Ugo Lelio, attore di inconfutabili doti artistiche, dopo aver recitato per anni nella compagnia siciliana di Angelo Musco e Rosina Anselmi ed essersi nel contempo sposato con Giuditta Morosi (anch'essa attrice) forma una compagnia con la quale girerà tutta l'Italia. I figli di Ugo sono Giovanna e Salvatore che, dopo le prime esperienze al fianco del padre come attore e come scritturato in varie compagnie, decidono di partire per Roma, dove Salvatore darà vita ad un lungo periodo di organizzazione in diverse compagnie fino a fondarne una propria, della quale curerà la direzione artistica per circa un ventennio. Attraverso un annuncio nello storico giornale di inserzioni del teatro “L’Argante”, in compagnia arrivano due fratelli, Lea e Gastone. Provengono anche loro da un’antichissima famiglia d’arte napoletana: i Libassi. Il nonno di Lea e Gastone, infatti, fu uno dei maggiori Pulcinella partenopei, in seguito i Libassi approderanno nel campo cinematografico come produttori, firmando le prime pellicole del cinema italiano, quasi tutte derivanti da testi teatrali.

Dall'unione tra Salvatore e Lea nascerà per l'appunto la nostra Rita. Essa iniziò la sua attività di attrice proprio nella compagnia del padre, che si stabilì definitivamente in Veneto agli inizi degli anni Settanta. Attrice dalla nascita, vede la compagnia di famiglia “Gruppo 10” sciogliersi a metà degli anni Ottanta, proprio nel pieno del suo successo. Dopo varie esperienze artistiche Rita decide di formare con Federico Corona la compagnia teatrale Gruppo Panta Rei, in modo da proporre, forti di un bagaglio artistico solido e radicato, una nuova concezione di teatro, puntando su temi civili, classici rivisitati e teatro ragazzi, con particolare attenzione all'uso di nuovi strumenti rappresentativi e alla contaminazione dei linguaggi scenici.


 

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