Gruppo Teatrale Panta Rei

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L'Intervista

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INTERVISTA A SALVATORE LELIO (1917 - 2009)

Una vita nel e per il teatro


 

Sono nato il 29 giugno 1917 ad Alfonsine (Ravenna) da una famiglia di attori girovaghi figli d’arte da secoli. Ho cominciato a recitare a due anni (quando c’era bisogno di un bambino in scena)sono sempre, o quasi, stato in famiglia, nel 1935 fummo scritturati dalla compagnia siciliana di Angelo Musco, lasciammo così la provincia per girare le più belle città d’Italia. Nell’agosto del 1936, avendo sciolto la compagnia per girare dei film a Roma, siamo rimasti “a spasso” (facevamo solamente alcune recite nei dintorni di Roma con alcuni comici anche loro in attesa di scrittura). Nel 1937 venne a trovarci l’amministratore di Michele Abruzzo (altra compagnia siciliana, ma in forma sociale) con il quale siamo stati benissimo ed in posti incantevoli. La compagnia era seconda per importanza a quella di Musco, eravamo felici, quando a Salsomaggiore seppimo della morte di Angelo Musco, allora Abruzzo, che aveva sempre desiderato di sostituire Musco, ci riportò a Roma e lì la compagnia si sciolse. Di nuovo in cerca di scrittura, trovai lavoro con Annibale Ninchi, ma dopo 15 giorni tornai in famiglia perché non si riusciva a prendere la paga, davano sempre anticipi e noi giovani andavamo avanti a pane e mortadella. Nel trentotto Michele Abruzzo fece compagnia con Rosina Anselmi ed altri attori dell’ex compagnia Musco e noi giovani fummo molto felici perché visitammo in quel periodo dei posti incantevoli come la riviera ischitana. Tuttavia nel 1938 mi arrivò la cartolina precetto e dovetti partire militare, ma siccome ero molto utile in compagnia, Aruzzo, che conosceva bene un’alta personalità, al ministero mi fecero avere delle licenze di convalescenza; ma nel 1941 devo partire. Mi destinarono in sanità all’ospedale di Padova. L’Italia era già entrata in guerra quando la compagnia venne incaricata dal ministero della guerra di portare recite ai soldati della 9° armata distribuita in paesi attorno a Bari, e siccome avevano bisogno di un attor giovane, vengo mandato in forza alla 9° armata ed aggregato alla compagnia di prosa. Quel periodo lo ricordo come una vera pacchia, si recitava alle tre del pomeriggio in un teatro viaggiante che girava i vari paesi in cui c’erano le compagnie militari, per il resto della giornata eravamo liberi. Il mese successivo ci mandarono a Bergamo a fare delle recite per i soldati della 3° armata. Dopo quel periodo mi sono ammalato e sono stato curato in una clinica dal Prof. Forlanini, inventore del pneumotorace e fratello maggiore di Enrico (inventore dell’aliscafo). Il 4 giugno 1944 finalmente entrarono gli alleati a Roma. Mio padre partì subito per Catania (oltre al fatto di cercare compagnia, c’era una ragione sentimentale), io, mamma e mia sorella Giovannina restammo a Roma poiché le mie condizioni di salute erano ancora precarie. Giovannina si fidanzò con un americano che ci portava parecchia roba da mangiare a casa. Ci arrangiavamo facendo negli avanspettacoli un bozzetto o un atto unico (a volte la Cavalleria Rusticana). Nei teatri periferici, anzi in un’arena, abbiamo conosciuto Claudio Villa, il quale cantava dopo la prosa; ed altri comici di varietà, con loro siamo stati insieme per una settimana. Giovannina si era intano iscritta alla compagnia dei doppiatori insieme a Miranda Bonansea, compagna di Claudio Villa. Un giorno qualcuno parlò a Giovannina di alcuni C.A.R. (campi di addestramento militare) che mancavano di spettacoli, allora mia sorella (traffichina) andò al ministero e parlò con il capo dell’ufficio “Benessere del soldato” e si fece dare la concessione per tutte le caserme del circondario. Ci misero a disposizione un pullman per gli attori e i musicisti e un camion per il trasporto del materiale. Noi sceglievamo i C.A.R. particolarmente numerosi e io organizzai spettacoli di prosa e soprattutto di varietà – cento lire il biglietto d’entrata (Cesano – fanteria, Bracciano – artiglieria, Cecchignola – autieri e genio, Anzio – marina, Orvieto – aeronautica). Abbiamo vissuto quei giorni come il verme nel formaggio, ogni caserma, nel periodo di maggiore affluenza, arrivava anche a tre o quattro mila soldati ed avevano dei teatri grandissimi, io sceglievo le compagnie di rivista tra le più note in Italia – gli incassi me lo permettevano – e venni anche a sapere che mi cercava Ardenzi (marito della Vanoni), all’epoca l’agente teatrale più importante che formava compagnie, per entrare in società con me, ma io ero così sicuro della mia attività che non ne volli sapere. Io, mia mamma e mia sorella abbiamo vissuto un periodo meraviglioso, con soldi a palate. Mio fratello era andato in compagnia Ruta e si era allontanato da Roma, ma anche in due (io e Giovannina) ce la siamo cavata più che bene. Si lavorava molto, ma ne valeva la pena. Ad un certo punto però il diavolo ci mise la coda. Avevamo un cugino chiamato Angelino, che era stato nelle maggiori compagnie d’Italia e godeva di stima e ammirazione da parte di tutta la parentela, purtroppo il suo carattere lo fece allontanare da i maggiori attori, per un nonnulla piantava in asso, dopo una scenata, le compagnie… insomma era lodato da tutti come attore ma allontanato da tutti per il suo caratteraccio. Egli fu primo attore con Dina Galli, attore giovane con la Tofano-Cimara-Maltagliati, persino direttore del settore prosa della Rai di Napoli. Insomma questo Angelo Bizzarri venne da noi e tanto brigò, che alla fine ci convinse a seguirlo nei teatri delle Marche, dove la compagnia Bizzarri aveva mietuto allori e il nome di sua madre era assai conosciuto. Noi non volevamo lasciare quella pacchia con la quale avevamo fatto tanti soldi, mettendo su casa e comprando mobili, ma tanto fece promettendoci mari e monti, finimmo per cedere e così ci ritrovammo di nuovo in provincia. Giovannina lasciò il posto di doppiatrice, io quello di organizzatore. Stavamo per lasciare un periodo molto fortunato, anche perché io mi ero ambientato bene a Roma e facevo anche delle particine al cinema (Cinecittà – Scipione l’africano, Addio giovinezza…), ma ci ritrovammo ancora una volta a fare i girovaghi. Stavamo lasciando il certo per l’incerto…

Con il cugino durò poco per il suo caratteraccio (cominciò a bere ed il vino lo rendeva sempre più pazzo), allora presi io l’iniziativa e composi una piccola compagnia con la quale tirammo abbastanza bene. Nel novembre passò da noi Salvatore (che si era stabilito in Emilia con una compagnia), ci disse che aveva due fratelli, anzi una sorella ed un fratello, che a Forlì non facevano niente. Per noi, che scarseggiavamo di giovani, fu una manna e mandammo subito la proposta di scrittura. In men che non si dica questa coppietta ci raggiunse e subito il bel faccino e i bellissimi occhi della ragazza m’incantarono di colpo (fu un colpo di fulmine), la corteggiai assiduamente e le chiesi di sposarmi (i suoi parenti però erano un po’ diffidenti per via della differenza di età, in quanto lei aveva solamente 18 anni). Tuttavia l’amore vinse e Lea divenne mia moglie nel giugno del 49.

Continuavamo a girare, alle volte organizzavamo da noi la compagnia, altre volte si andava scritturati in altri complessi, pagati o in forma sociale. Ricordo con nostalgia quando siamo stati scritturati dalla compagnia Pupa Carrara e Anselmi (quasi due anni a Trieste in un padiglione, una specie di teatro viaggiante). Io ero sposato con una ragazza che ora, dopo 53 anni, risposerei subito: forte, coraggiosa e amabile, ora che sono vecchio non penserei che a lei. Nel 50 nacque Ugo (per la gioia immensa di mio padre e di noi tutti), ne seguì subito, lo stesso anno, la nascita di Ottorino, poi nel 57 Angelo, il terzo, e per ultima Rita, nel 61. Mia moglie con uno spirito magico li crebbe quasi da sola, in quanto io ero molto occupato con la compagnia, essendo capo comico, primo attore, organizzatore e con Gastone (fratello di Lea e marito di Giovannina) scenografo. Le difficoltà erano molte, ma il signore volle darmi una moglie fantastica, che pure in quelle condizioni disagiate non si è mai perduta d’animo: lavorava, curava i bimbi, recitava ed era tutto in casa, più volte ho benedetto il momento in cui l’ho incontrata.

Nel 51 fummo scritturati dalla compagnia di Rosina Anselmi per una tournee estiva in Sicilia. La nostra vita è trascorsa trasferendoci da una compagnia all’altra, spesso riformavamo il nostro gruppo, finché nell’aprile del 58 ci unimmo alla famiglia Zamperla, poi ancora ad altre compagnie, ma spesso si finiva a lavorare assieme ai Zamperla. nel 71 ci fermammo a Cassola… ed eccoci qua.

 

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